Il Toro ricorda Pozzo e Bearzot: “Un orgoglio per la storia granata”

Le figure di Vittorio Pozzo ed Enzo Bearzot sono state un crocevia per la storia del calcio, due uomini di assoluta professionalità e di ricchissima umanità

Il 21 dicembre 1968 muore Vittorio Pozzo, socio fondatore, calciatore e allenatore del Torino e commissario tecnico dell’Italia dell’Italia campione del mondo del mondo nel 1934 e nel 1938 e olimpica nel 1936. Lo stesso giorno nel 2010 viene a mancare Enzo Bearzot, sempre orgoglioso capitano del Toro anche dopo aver concluso la carriera di calciatore, e poi CT degli azzurri vincitori del Mondiale del 1982. Al funerale di Bearzot ci sono i suoi calciatori, che lo ricordano “come un padre”. Attorno alla moglie Luisa e ai famigliari si stringe con affetto tutto il Torino Football Club con la presenza del Presidente Urbano Cairo.

 

Vittorio Pozzo nasce a Torino il 2 marzo 1886 e si diploma al liceo classico Cavour. Studia le lingue e viaggia molto: visita la Francia, la Svizzera e soprattutto l’Inghilterra, dove conosce il “foot ball”.

 

È tifoso e calciatore di quella squadra pioneristica che si chiama la Torinese, che si fonde nel 1906 con alcuni dissidenti della Juventus per far nascere il Torino. Un nuovo Club con la maglia granata e i pantaloncini bianchi. Gioca per cinque anni al Toro, poi, per altri dieci, svolge il ruolo di direttore tecnico, prima di arrivare alla guida della Nazionale.

 

Nel 1915 parte per la Grande Guerra come tenente degli alpini. Pozzo acquisisce una serietà morale che diventa una sua caratteristica da tutti sempre riconosciuta. È piemontese di nascita, ma anche per rigore, garbo, modestia, riserbo. “Uno di quelli per cui la parola sacra è “ël travaj”, il lavoro, come racconta il noto giornalista e scrittore Giorgio Bocca.

 

Terminato il conflitto bellico, torna alla guida degli azzurri e, per la prima volta, porta una squadra in ritiro. Si laurea in due occasioni campione del mondo, primo e unico allenatore a riuscirci, nel 1934 e nel 1938.

 

Il 4 maggio 1949 è chiamato a riconoscere i corpi martoriati dei calciatori del Grande Torino subito dopo la Tragedia di Superga: “Una delle serate più tragiche e più dolorose della mia vita. La morte di quel Torino, al quale avevo dedicato tanta parte dell’esistenza”.

 

L’Italia nel 1982 vince il “Mundial” in Spagna. Ci vogliono 44 anni per riportare la Nazionale sul tetto del mondo e c’è un altro cuore granata alla sua guida: Enzo Bearzot.

 

Bearzot, che il papà Egidio, direttore di banca a Cervignano del Friuli, avrebbe voluto vedere medico, nasce nel 1927. Cresce in collegio dai salesiani e gioca, come mediano, con la maglia della Pro Gorizia.

 

Poi, fa il grande salto all’Inter. A Milano, sul tram numero 3, conosce Luisa, la donna della sua vita, e, grazie ad una tournée negli Stati Uniti, scopre un’altra sua passione, oltre alla pipa e al pallone: la musica jazz.

 

Dopo l’esperienza in nerazzurro, passa al Catania, quindi due anni al Torino. Gioca ancora una stagione in nerazzurro, ma nel 1957 torna al Toro per restarci da capitano fino al termine della sua carriera nel 1964.

 

Nella Storia del Toro Bearzot si staglia anche per essere l’ultimo calciatore granata a segnare un gol al Filadelfia in una partita ufficiale di Serie A (19 maggio 1963, Torino-Napoli 1-1).

 

Bearzot è un leader schivo, ma rispettato: contribuisce a crescere quella generazione di calciatori, come Ferrini e Agroppi, che viene ricordata per la dedizione alla causa, lo spirito di sacrificio e il senso di appartenenza alla maglia granata.

 

A Torino intraprende la carriera di allenatore maturando un assai formativo apprendistato tecnico quale assistente dapprima di Nereo Rocco e poi di Edmondo Fabbri. Soprannominato il “Vecio” dalla straordinaria penna del giornalista e scrittore Giovanni Arpino, diventa CT dell’Italia nel 1977.

 

Bearzot non viene mai meno alle proprie responsabilità di fronte alle difficoltà: fa del lavoro il suo credo e difende a spada tratta i suoi calciatori, presi di mira dalla critica. Al Mondiale di Spagna, superati i gironi, l’Italia sconfigge l’Argentina e il Brasile e poi, in semifinale, la Polonia. Vince, infine, la finale contro la Germania Ovest l’11 luglio 1982.

 

Resta alla guida degli azzurri fino al 1986, arrivando ad essere l’allenatore con il maggior numero di presenze sulla panchina della Nazionale (104), superando proprio Vittorio Pozzo (97).

 

Le figure di Vittorio Pozzo ed Enzo Bearzot sono state un crocevia per la storia del calcio, due uomini di assoluta professionalità e di ricchissima umanità. Un orgoglio per la Storia del Toro, un simbolo dell’Italia sportiva, due icone del calcio mondiale.

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3 mesi fa

Che tristezza…. Si ricordano i morti.. gli eroi…
Si rivendica la storia…… ma la realtà… e che siamo ridicoli…. Inutili alla causa….

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