Giuseppe Vives del Torino di Petrachi è stato un simbolo, oltre che uno dei primi esempi del modo di operare del direttore sportivo di Lecce. Lui arriva in granata nel 2011 a 31 anni, sembra sul finire di carriera, invece il meglio doveva ancora arrivare: col Toro si spinge fino agli ottavi di Europa League dopo l’impresa di Bilbao. Ha parlato a La Stampa. Ecco l’estratto della sua intervista.
“Non me l’aspettavo il ritorno di Petrachi, scelta giusta. Conosce l’ambiente e sa come ragiona il presidente, può essere un vantaggio. Con noi è stato bravo e fortunato a trovare gli elementi adatti nel momento opportuno. Abbiamo dato l’anima. Torneranno i miei tempi? Ci vuole pazienza. Il primo step è individuare uno zoccolo duro da cui ripartire: così anche i nuovi si dovranno adattare, se non vogliono isolarsi. Da noi era così: Io, Darmian e Glik siamo arrivati in Serie B con Ventura, poi tutti gli altri”.
“Di speciale avevano il fatto di essere una famiglia. Ci ritrovavamo anche fuori, tra karaoke e partite a carte: Molinaro portava la chitarra, noi cantavamo. Ma avevamo anche teste calde, io facevo da paciere. I sudamericani quando perdevamo ascoltavano musica, noi non riuscivamo neanche ad alzare lo sguardo. E Cerci dovevi “picchiarlo” tutti i giorni per stimolarlo, ma fuori era un ragazzo eccezionale”.
“Il Toro di oggi? La sua storia la sanno tutti, ma giocare con la maglia granata dà una sensazione diversa. Anche quando sono tornato al Filadelfia per un torneo di ragazzini l’ho avvertita: mi auguro che i calciatori la vivano ancora così. Contro il Sassuolo è una sfida da non sbagliare se si vuole dare continuità e respirare aria migliore. Il Toro non può stare tranquillo, la Fiorentina insegna cosa significa quando si spegne l’interruttore”.



Chi glielo insegna???
Ma se non lo hanno ancora capito è perché la società non trasmette più i valori che hanno sempre contraddistinto “Il Toro” !!!