Ciao Enzo

E' scomparso a 71 anni Enzo D'Orsi, maestro del giornalismo sportivo

La scomparsa di Enzo D’Orsi ĆØ un pugno nello stomaco per chi credeva in un giornalismo vero e gentile. Ancora di più per chi si ĆØ fatto le ossa passando dalla sua scuola e per tanti anni ha condiviso umori, sogni e anche arrabbiature nelle stanze di Leggo Torino di via Ormea. E’ stata la sua ultima tappa di una carriera preziosa, legata in modo particolare al Corriere dello Sport di cui ĆØ stato a lungo inviato e, fino al 2000, responsabile della redazione torinese di Piazza Solferino. Nato in Puglia, si era trasferito da giovanissimo a Foligno in Umbria, ma il Piemonte, Torino e Saluzzo sono diventati poi la sua seconda casa. Riprendiamo l’articolo di Repubblica per spiegare chi fosse Enzo D’Orsi, tra l’altro l’inventore della Supercoppa Italiana.

 

Enzo D’Orsi ĆØ morto ieri all’etĆ  di 71 anni, nel verde della collina di Saluzzo dove abitava assieme alla moglie Maria Paola, per 37 anni medico nell’ospedale della cittĆ . ƈ stato, Enzo, uno dei migliori giornalisti italiani delle ultime decadi del secondo millennio, legando in particolare la sua carriera al Corriere dello Sport-Stadio, per il quale ĆØ stato a lungo inviato e, fino al 2000, responsabile, nella sede di piazza Solferino, della redazione torinese e dunque a stretto contatto con le vicende della Juventus. Perugino di nascita e poi piemontese prima per lavoro e quindi perchĆ© il Piemonte gli aveva rapito il cuore (ma a Torino visse poco, preferƬ presto la quiete della provincia a un’ora dalla cittĆ , e poi Saluzzo ĆØ bellissima), D’Orsi ĆØ stato un giornalista di quelli in via d’estinzione, con la rara capacitĆ  di racchiudere in sĆ© le qualitĆ  del cronista e dell’opinionista insieme: in tempi in cui non bastava un giro su internet per documentarsi, aveva una competenza mostruosa anche (o soprattutto) sul calcio internazionale, il fiuto del raffinato cacciatore di notizie (quante volte fece arrabbiare Boniperti con i suoi scoop), una conoscenza tattica e tecnica raffinata che gli consentiva di discutere da pari a pari con giocatori e allenatori (con Platini e Trapattoni ha avuto un rapporto stretto, con Maifredi furono scintille) e la capacitĆ  di tradurre tutto questo nel racconto – chiaro, limpido, incalzante – al lettore. Fu il primo a scrivere del sistema Moggi, anticipando il più grande scandalo della storia del calcio italiano: i suoi pezzi furono la prima crepa nel sistema e naturalmente fecero infuriare Lucianone. Ha anche pubblicato tre libri per Edizioni InContropiede: Gli undici giorni del Trap, che ripercorre, usando l’espediente di Trapattoni come io narrante, la fase di avvicinamento alla disgraziata finale di Coppa dei Campioni persa contro l’Amburgo (Enzo c’era); Non era champagne, sull’anno juventino di Maifredi, e Michel e ZibƬ, su due dei giocatori cui ĆØ stato più legato, Platini e Boniek. Tra gli amici più stretti c’era Eraldo Pecci.

Aveva dei vezzi e qualche mania. Diceva di tifare per il Manchester United di Bobby Charlton e sicuramente non lo entusiasmavano, specie negli ultimi anni, usi e costumi del calcio italiano, che non ha mai catturato il suo tifo salvo una simpatia ancestrale per il Perugia. A casa aveva una collezione di 350 maglie originali, raccolte in enormi pile in cima alle quali c’erano quelle, in lanetta e con lo sponsor Ariston, di Platini e Scirea. Wikipedia gli attribuisce lā€™ā€invenzioneā€ della Supercoppa Italiana, ma lui non se n’è mai fatto vanto: in una cena si limitò infatti a suggerire a Paolo Mantovani, presidente della Sampdoria che aveva appena vinto la Coppa Italia del 1988, di organizzare una sfida con i campioni d’Italia, sul modello della Charity Shield inglese. L’idea piacque, si concretizzò di lƬ a poco e non ĆØ più passata di moda.

D’Orsi faceva parte del cosiddetto ā€œCerchio Bluā€, un gruppo ristretto di giornalisti radunato proprio da Mantovani negli anni d’oro della Samp. Portavano un piccolo distintivo rotondo, bordato di blu, sul bavero della giacca e con loro il presidente si confrontava in incontri periodici, perchĆ© all’epoca il punto di vista del giornalista era considerato prezioso. Ne andavano fieri, anche se nessuno di loro (o forse proprio per quello), era tifoso doriano. D’Orsi aveva i suoi vezzi. Anticipando decenni la mise del vice-ispettore letterario e televisivo Rocco Schiavone, d’inverno indossava immancabilmente le clarks e il loden, che dalla primavera sostituiva con un impermeabile beige. Giacca e cravatta, sempre: sosteneva che il giornale andasse rappresentato anche attraverso la dignitĆ  dell’abbigliamento. Burbero, tremendamente burbero, con chi meritava che fosse burbero, rigoroso eppure in certi improvvisi momenti fantasiosamente creativo, diventava un altro quando si dedicava a quella che, evidentemente, era una specie di missione: crescere i giovani. Sotto le sue grinfie (sapeva essere piuma, sapeva essere ferro, ma era prima di tutto di una generositĆ  pratica ed emotiva incommensurabili) sono passati in tanti e quasi tutti hanno fatto strada, a cominciare da Massimo Gramellini, oggi vice-direttore del Corriere della Sera, e Guido Boffo, vicedirettore del Messaggero. Insegnava loro il suo stesso rigore, l’amore per la precisione e per il dettaglio, il puntiglio, il dovere prima di tutto morale di controllare e ricontrollare sempre tutto, dai dati agli spifferi, e specialmente la chiarezza espositiva, che spesso veniva mandata a ramengo dalla vanitĆ  dei giovani cronisti che si sentivano scrittori. Quando il ragazzo Gramellini gli portò i primi pezzi, lui disse cosƬ: ā€œQuesto o ĆØ un genio o ĆØ un pazzo. Ma propenderei per la prima ipotesiā€.

Enzo D’Orsi lascia la moglie Maria Paola, tre figli – Jacopo, firma de La Stampa, Ludovico e Niccolò – cinque nipoti e un grande vuoto.

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